Nel cuore del reparto COVID-19: una realtà parallela

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“Negli ospedali ci sarà sempre bisogno di presidi di protezione, tamponi e respiratori perché non possiamo sapere se e quando una nuova ondata si ripresenterà”. Angela Franciolini, infermiera, racconta alla nostra Luisa Bellopede la vita e l’evoluzione di un reparto COVID-19 tra paure, emozioni e speranze per il futuro. 

Quando Angela comincia a parlarmi delle giornate trascorse come infermiera in un ospedale della provincia emiliana adibito interamente alla cura dei malati COVID-19, sembra che le parole giungano inattese persino a lei, come se il suo ricordo fosse in filigrana.

Sebbene infatti siano passate solo poche settimane dallo scoppio della pandemia, le emozioni e gli eventi di quel periodo non hanno avuto ancora il tempo di maturare e i punti, di cucirsi insieme. Angela racconta con la voce incerta di chi sente riaffiorare un po’ alla volta nomi e volti, di quando nel reparto di Medicina Generale nel quale prestava servizio ha visto presentarsi all’accettazione, una dopo l’altra, decine di persone sospette e accertate COVID-19 con tosse, febbre, difficoltà a respirare e una grande paura negli occhi.

Era l’inizio della pandemia. La cosiddetta Fase uno. Molti dei pazienti malati e ricoverati all’Ospedale – adesso centro d’accoglienza COVID-19 – non presentavano patologie pregresse e alcuni di loro avevano l’età dei genitori di Angela, un’età che non rientrava nell’immaginario del soggetto a rischio facendole percepire sin da subito la pericolosità della situazione. È in quel momento che Angela avverte la paura di un virus sconosciuto e mortale. Una paura prima appannaggio soltanto di chi rispondeva a un certo quadro clinico.

Perché il virus può capovolgere una situazione medica stabile e trasformare una tosse in una crisi respiratoria acuta. Ricordo quella volta in cui, dopo un turno serale, ho salutato un paziente che si era stabilizzato: ero contenta di vederlo così. L’indomani quando riprendo servizio alle 7, chiedo di lui. Mi dicono che ha avuto una crisi e non ha superato la notte.

Angela ricorda la trasformazione concitata dell’Ospedale in quei giorni di Fase uno: tutti gli interventi ordinari rimandati, gli ingressi dei pazienti ordinari sospesi, gli ammalati ricoverati per malattie non legate al COVID-19 dimessi per ragioni di sicurezza.

La Fase uno per la maggior parte delle persone è stata molto diversa: sospesa nel tempo e uguale a sé stessa come in un eterno ritorno. In un ospedale COVID-19 il tempo invece accelera e rallenta, si sforma e si dilata: i minuti frenetici possono congelarsi all’istante per l’emergere di nuove informazioni che rimescolano le carte in tavola nella lotta contro il Coronavirus. Alcuni turni di lavoro poi, diventano infiniti.

In quelle ore interminabili fatte di luci al neon, la fortuna per Angela è di trovarsi circondata da colleghi molto uniti che, come lei, si sono trasferiti per ragioni di lavoro da altre città in quel piccolo paese emiliano. E l’ospedale per loro non è solo il punto di ricezione dei malati COVID-19, ma anche un po’ casa dove trascorrere i turni di “quarantena” insieme a una grande famiglia acquisita. Angela ricorda che nei momenti di vestizione prima di far visita a pazienti COVID-19 alcuni suoi colleghi, col cipiglio del fratello maggiore, si assicuravano che non dimenticasse alcun passaggio per operare in piena sicurezza. Rammenta la loro premura nel chiedere come stava, se avesse fatto pause o si sentisse in difficoltà. Le ricordava il tono di sua mamma quando era preoccupata.

Sono queste attenzioni che hanno fatto superare ad Angela anche i momenti più difficili e quando la paura lascia spazio alla consapevolezza, Angela viene trasferita nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale di Livorno, dove inizia per lei la Fase due.

Angela percepisce sin da subito la sofferenza di alcuni pazienti malati di Coronavirus i quali non vedono le proprie famiglie dall’inizio del loro ricovero. Uno di questi, quando finalmente si negativizza, ha il coraggio di confessarle che “se la situazione si fosse davvero messa male, non avrei potuto salutare la mia famiglia, sarei stato completamente solo a causa di questo orribile virus. Non riuscivo neanche a vedere voi infermieri. Solo tute e grandi caschi di protezione.

I pazienti non riescono a interagire con chi li cura dietro quelle mascherine, cercano i loro occhi sotto le grandi visiere di protezione ma quello che vedono è solo il riflesso della luce bianca del reparto. Non sanno se l’infermiere che hanno di fronte sia lo stesso di qualche ora prima. La distanza fisica dovuta alle protezioni sconfina in quella comunicativa e fa piombare alcuni pazienti in una grande solitudine.

Il bisogno di relazioni che tutti noi abbiamo anelato durante la Fase due – dopo il tempo trascorso in quarantena o in isolamento – è un’erba spontanea che cresce anche in Ospedale. Non la si può estirpare, solo darle una direzione e il personale sanitario decide così di trovare alternative che ristabiliscano i rapporti umani.

Abbiamo pensato di personalizzare le divise con colori, nomi e disegni per farci riconoscere dai pazienti perché avvertivamo la difficoltà oggettiva di creare un legame. In momenti difficili come quelli, la condivisione dell’esperienza traumatica è fondamentale per la salute fisica del paziente e anche noi infermieri eravamo felici di tirare su il morale di chi si sentiva solo. Un semplice “Ciao, Angela. Ti ho riconosciuto! Come stai?” rendeva felice chi da settimane non aveva che il virus a tenergli compagnia.”

Ma la storia che mi ha commosso di più è stata quella dell’ultimo paziente di terapia intensiva di Livorno, prima di essere dimesso” – continua Angela – “Ha vissuto tutte le fasi della malattia, compresa la rianimazione e non vedeva la propria famiglia da più di un mese. Così, in reparto, ci siamo organizzati: grazie alle donazioni pervenute abbiamo potuto mettere a disposizione un tablet e sotto dettatura del paziente più che novantenne, abbiamo scritto su alcuni cartelli le frasi che avrebbe voluto dire alla sua famiglia. Abbiamo quindi organizzato una videochiamata con i suoi cari che hanno potuto finalmente rincuorarlo e fargli sapere che lo stavano tutti aspettando a casa, che non vedevano l’ora di riabbracciarlo in uno scambio di cartelli a distanza.”

Adesso Angela si trova tra le mura della casa messa gratuitamente a disposizione da una signora livornese per il personale infermieristico e medico dell’Ospedale e pensa alla Fase tre: “Negli ospedali” dice “ci sarà sempre bisogno di presidi di protezione, tamponi e respiratori perché non possiamo sapere se e quando una nuova ondata si ripresenterà. In queste settimane sono nate molte raccolte fondi spontanee sul web a sostegno dell’Ospedale e alcune donazioni sono giunte a destinazione trasformandosi in un Tomografo a impedenza elettrica.”

Quello che non mancherà mai negli ospedali e tra colleghi ma anche tra pazienti, famiglie degli ammalati e persino privati cittadini è la solidarietà emersa in questo periodo surreale che Angela porterà sempre con sé insieme alla paura provata nei confronti di un nemico invisibile, il virus.

Ma questi sentimenti si controbilanciano: la vita è così, un eterno equilibrio. “Basta sapere che ci sarà sempre chi vigilerà sui tuoi passi.

Grazie Angela per questa bellissima testimonianza!

 

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